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OCCHIONE comune

Uccello della famiglia dei Burhinidae (Caradiiformi, ordine di cui fanno parte anche i gabbiani e le alche). La sua corporatura é massiccia, il becco robusto e ha lunghe zampe da corridore. La lunghezza del suo corpo oscilla tra i 38-45 cm e ha un’apertura alare di 76-88 cm. Possiede un manto mimetico che gli permette di rendersi invisibile acquattandosi nel terreno. Quando ha le ali chiuse si può notare una banda bianca orizzontale che attraversa a metà di ciascuna. In volo le ali sono arquate con disegni bianchi sulle primarie nere. L’occhione si può vedere in Europa, nel sud dell’Asia, in America e in Africa. In Italia nidifica in varie regioni, prevalentemente spazi aperti e collinari. Nidifica sul suolo, nei greti dei fiumi asciutti, con ciottoli. L’alimentazione di questo uccello é costituita da coleotteri, vermi, anfibi e anche roditori. A seconda della latitudine nidifica (depone) tra la fine di Marzo sino a inizio settembre. Effettua di norma 1 covata e talvolta una seconda in tarda estate. Depone 2 uova sul nudo terreno utilizzando diversi ambienti talvolta tra le pietre del suolo, da ciò deriva il nome inglese di Stone curlew, ovvero “chiurlo delle pietre”. I pulcini sono in grado di abbandonare il nido dopo poche ore e, prima di volare devono trascorrere almeno 45-60 giorni. L’occhione emette il suo caratteristico verso “turlip”, nelle ore serali dopo che il sole é quasi tramontato.

CASUARIO

Genere di uccelli della famiglia Casuaridae. Sono incapaci di volare e fanno parte di un gruppo di uccelli, quasi tutti di grandi dimensioni, chiamati “Ratiti”, come lo struzzo, l’emú, il Moa(estinto) e il piccolo Kiwi. Nativi delle foreste tropicali della Nuova Guinea, i casuario apparvero per la prima volta durante il pliocene inferiore, circa 5 milioni di anni fa. I casuario si nutrono principalmente di frutta ed altri elementi vegetali, tra cui germogli e semi, funghi, integrando nella loro dieta anche piccoli invertebrati e piccoli vertebrati. Sono molto diffidenti nei confronti degli umani, ma se provocati sono in grado di infliggere gravi lesioni, anche mortali, sia agli animali domestici che alle persone. Per questo motivo, il casuario é stato spesso etichettato come “l’uccello più pericoloso al mondo”. Le femmine sono più grandi dei maschi. Gli esemplari adulti sono alti da 1,5 a 1,8 m, sebbene alcune femmine possano raggiungere i 2 m di altezza e pesare 58,5 kg. I casuari hanno ali vestigiali molto piccole e possiedono zampe con tre dita dotati di artigli affilati. Il secondo dito, quello interno in posizione mediale, sfoggia un artiglio simile a un pugnale che può raggiungere i 125 mm, particolarmente temibile poiché viene utilizzato come arma principale da questi animali quando si sentono minacciati, sferrando potenti calci a tutti i malcapitati (persone e animali) con le loro potenti zampe. I casuari sono anche in grado di correre fino a 50 km orari, attraverso la fitta vegetazione e possono saltare fino a 1,5 m. Sono anche abili nuotatori, in grado di attraversare ampi fiumi e di nuotare nel mare. Una delle caratteristiche più note che accomuna tutti i casuari è la curiosa cresta ossea, simile a un elmetto, posta sul capo di questi uccelli, che cresce con l’età. Queste creste possono raggiungere fino a 18 cm di lunghezza, a seconda della specie. La vocalizzazione a “boom” prodotta dai casuari è il richiamo di uccello con la frequenza più bassa registrata ed al limite inferiore all’udito umano. Si ritiene che la vita media di un casuario selvatico sia di circa 40-50 anni. Tra luglio e settembre inizia il periodo degli amori: la femmina si accoppia con più maschi deponendo una covata da tre a cinque uova(di colore verde pallido, con un caratteristico guscio granulare). Come accade per lo struzzo africano e per il pinguino imperatore, nei casuari è il maschio che cova le uova e si prende cura dei pulcini nei loro primi mesi di vita. Il casuario maschio é molto protettivo verso i suoi piccoli. Questi uccelli popolano le zone più fitte delle foreste pluviali e tropicali standosene nascosti per buona parte della giornata.

KIWI

Genere di uccelli inadatti al volo, noti anche come “Atterigi”. É l’unico genere della famiglia Apterygidae e dell’ordine Apterygiformes e il suo nome scientifico, dal greco, significa “privo delle ali”. Sono il simbolo endemico della Nuova Zelanda. Il peso dei kiwi va da 1 kg del kiwi maculato ai 3-5 kg del kiwi australe, con una lunghezza compresa fra i 35 e i 65 cm. Gli esemplari femmine sono più grandi dei maschi della stessa specie, soprattutto poco prima di deporre l’unico uovo(il più grande in rapporto alle loro dimensioni), il cui periodo di incubazione va da 63 a 92 giorni(nonostante quest’attesa il pulcino risulta alla fine sviluppatissimo per la vita solitaria). La testa è relativamente piccola con un collo lungo e piuttosto robusto. I muscoli toracici sono poco sviluppati, mentre la parte del bacino, delle zampe e dei piedi é molto robusta.) Le ali, lunghe solamente 4-5 centimetri, sono nascoste sotto le piume con un uncino all’estremità. La coda é assente. Le zampe, dotate di potenti muscoli, sono particolarmente robuste e terminanti con piedi aventi quattro dita con robusti artigli, tre in avanti ed uno più piccolo indietro, mentre gli altri struzioniformi ne hanno solo due o tre. Sono anche buoni nuotatori. Si muovono normalmente di notte nel sottobosco, quindi sono dotati di buon olfatto ed udito; con le grandi cavità auricolari esterne, localizzano la Provenienza dei suoni girando la testa nella direzione giusta. La vista funziona solo a breve distanza. Il becco di questo singolare uccello é lungo e flessibile leggermente incurvato verso il basso; il suo colore varia dal bianco avorio al rosa, fino al brunastro; la mandibola inferiore é più spessa di quella superiore. Il becco del kiwi australe misura circa 20 cm nel maschio e 25 nella femmina. Il kiwi spesso usa appoggiarsi con la punta del becco, quasi come una terza zampa. Caratteristica particolare del becco sono le narici poste sulla sua cima che lo aiutano nella localizzazione degli invertebrati che vivono in prossimità della superficie del terreno. Alcune penne alla base del becco si sono trasformate in in setole tattili. I kiwi sono animali territoriali, vivono in coppie a meno che non siano giovani individui o alla ricerca di un/a compagno/a; la dimensione del territorio varia con l’abbondanza del cibo e la densità degli individui. I kiwi scavano tane, utilizzando il becco, dove costruiscono anche il nido, lunghe diversi metri, con un imbocco di 10-15 cm nascosto tra le piante e terminanti con una camera abbastanza ampia da contenere due adulti. A seconda dei casi sono utilizzate per anni oppure cambiate più frequentemente. Si é a lungo creduto che i parenti più prossimi dei kiwi fossero i Moa, voi quali condividevano l’habitat. Tuttavia, tale ipotesi é stata smentita da analisi del DNA, che hanno indicato lo struzzo come imparentato con i Moa, mentre l’emú ed il casuario come gli uccelli più affini ai kiwi, affermando così che i loro antenati arrivarono in Nuova Zelanda dall’Australia dopo i Moa.

URUBÙ

Noto anche come “avvoltoio collorosso” o “avvoltoio tacchino”, é il rappresentante più diffuso della famiglia dei Catartidi, gli avvoltoi americani. Questo uccello, una delle tre specie del genere Cathartes, é diffuso dal Canada meridionale all’estremità meridionale del Sudamerica. Occupa molti ambienti aperti e semiaperti, quali foreste subtropicali, boscaglie, pascoli e deserti. Come tutti gli avvoltoi del Nuovo Mondo, non è strettamente imparentato con gli avvoltoi del Vecchio Mondo (Europa, Africa, Asia). Le strette somiglianze fisiche tra gli uni e gli altri sono semplice conseguenza dell’evoluzione convergente. L’urubú é un saprofago e si nutre quasi esclusivamente di carogne. Individua il cibo grazie alla vista acuta e all’olfatto sviluppato, volando a quota relativamente bassa per captare i gas prodotti dagli inizi dei processi di decomposizione negli animali morti. In volo utilizza le correnti ascensionali per spostarsi in aria, e batte le ali solo raramente. Trascorre la notte in grandi dormitori comunitari. Essendo privo di siringe (l’organo vocale degli uccelli), il suo verso é caratterizzato da grugniti e flebili sibili. Questo volatile riceve il nome comune “avvoltoio tacchino” a causa dell’aspetto, negli adulti, simile, per via della testa glabra di colore rosso e un piumaggio scuro, a quello dei maschi di tacchino selvatico, mentre il nome “avvoltoio” deriva dalla parola latina VULTURUS, cioè “colui che strappa”, un riferimento alle abitudini alimentari dell’animale. L’epiteto generico Cathartes significa “PURIFICATORE” ed é la forma latinizzata del termine greco Kathartes. Si tratta di un uccello di grosse dimensioni, con un’apertura alare di 160-183 cm, una lunghezza di 62-81 cm e un peso di 0,8-2,3 kg. Generalmente gli uccelli che occupano le zone settentrionali dell’areale della specie hanno dimensioni maggiori di quelli della regione neotropicale. La specie presenta scarso disformismo sessuale; i sessi sono identici per quanto riguarda piumaggio e colorazione, ma le femmine hanno dimensioni leggermente maggiori. Le piume che ricoprono il corpo, tranne la testa (piccola rispetto al corpo) di colore rosso, che ne ha poche, sono prevalentemente nero-brunastre, ma le penne “remiganti” delle ali, viste da sotto, appaiono grigio argentee, contrastando nettamente con il resto delle ali, di colore più scuro. Il becco, relativamente breve e uncinato, é colore avorio. Le iridi degli occhi sono bruno-grigiastre. Le due dita anteriori delle zampe e dei piedi colore rosa carne (anche se generalmente macchiate di bianco) sono allungate e presentano piccole membrane alla base. Le larghe impronte misurano 9,5-14 cm di lunghezza e 8,2-10,2 cm di larghezza, ma questi dati includono anche le tracce lasciate dagli artigli. Le dita sono disposte secondo il classico modello anisodattilo. Gli esemplari immaturi hanno la testa grigia e l’estremità del becco nera; con la crescita assume i toni propri degli adulti.

ALCA IMPENNE

Uccello incapace di volare della famiglia degli Alcidi, scomparso attorno alla metà del XIX secolo. Nidificava su isole rocciose e remote che offrivano un facile accesso all’oceano e una ricca disponibilità di cibo, cose piuttosto difficili da trovare in natura, per cui l’alca si riprodusse solo in poche località. Si radunavano in colonie fitte e numerose, deponendo un solo uovo sulla nuda roccia.Entrambi i genitori covavano l’uovo per circa sei settimane prima della schiusa. La piccola alca lasciava il nido dopo due o tre settimane, nonostante i genitori continuassero a prendersene cura. Raggiungeva i 75-85 cm di altezza e pesava circa 5 kg; era quindi la specie più grande della famiglia degli Alcidi. Aveva il dorso nero e il ventre bianco. Il becco, anch’esso di colore nero, era robusto e ricurvo, con scanalature sulla superficie. Durante l’estate, il piumaggio dell’alca presentava una macchia bianca sopra ad ogni occhio. Durante l’inverno, le macchie venivano perdute, ma una fascia bianca si sviluppava e si estendeva attraverso gli occhi. Le ali erano lunghe solo 15 cm, e non consentivano all’uccello di volare. Al contrario, l’alca era un’ottima nuotatrice, caratteristica che impiegava durante la caccia. Per quanto agile fosse nell’acqua, sulla terra era piuttosto goffa. Le coppie di ALCA rimanevano unite per tutta la vita. In origine, essa veniva considerata dai nativi americani come un animale sacro, tanto che molti uomini della cosiddetta cultura arcaica marittima venivano seppelliti insieme a parti anatomiche di ALCA impenne. Ma l’estinzione di questi uccelli arrivò con la venuta dei primi esploratori europei, che le utilizzarono come cibo o esche per la pesca e il loro numero iniziò a scendere. Gli scienziati cercarono di richiamare l’attenzione sul fatto che l’alca sarebbe scomparsa a causa di questi comportamenti, ma ciò non bastò a fermare i musei e i collezionisti privati alla ricerca di spoglie e uova. Con l’uccisione degli ultimi due esemplari il 3 luglio 1844 a Eldey, l’alca scomparve.

Dodo

Detto anche Dronte, era un uccello columbiforme della famiglia Columbidae, endemico dell’isola di Mauritius. Incapace di volare, si nutriva di frutti e nidificava a terra. Si estinse rapidamente nella seconda metà del XVII secolo in seguito all’arrivo sull’isola dei portoghesi e, successivamente, degli olandesi. Si crede che il progenitore del dodo fosse arrivato a Mauritius dall’Asia Meridionale. Il suo progenitore più prossimo, noto da alcuni resti fossili, doveva essere lungo 35 cm, frugivoro e capace di volare. L’ambiente favorevole, la scarsità di predatori abituali e il clima che offriva la possibilità di limitare spostamenti e migrazioni, fecero in modo che avvenisse in loro un atrofizzazione delle ali, cui corrispose una graduale modifica delle abitudini alimentari, che si rivolsero verso il cibo “a terra”. Le modifiche strutturali selettive non interessarono solo gli arti anteriori e il becco, ma riguardarono anche le dimensioni dell’animale, che aumentarono dai 35 cm di lunghezza ai 50 cm e oltre. Il peso di queste creature si attestava attorno ai 25-30 kg. Le dimensioni notevoli di questo uccello lo resero stazionario, quindi molto legato al suo ambiente. Ma l’importazione da parte dell’uomo di specie alluctone invasive (come maiali, ratti, cani, gatti e scimmie), che danneggiarono questa specie sia direttamente (predandolo) sia indirettamente (consumando frutti, distruggendo o predando uova e pulcini) contribuirono alla sua estinzione. I suoi parenti viventi più prossimi sono probabilmente le colombe coronate e il piccione dentato. Secondo alcune fonti, l’ultimo dodo sarebbe stato avvistato nel 1662; altre riportano l’estinzione al 1681. Nel 1977 l’ornitologo Stanley A. Temple notò che sull’isola il numero dei tambalacoque (Sideroxylon Grandiflorum, chiamata in passato Calvaria Maior), un albero che era assai diffuso sull’isola, si era drasticamente abbassato in seguito all’estinzione del Dronte e che le loro età erano molto avanzate. Facendo risalire la nascita degli alberi rimasti 300 anni prima, periodo in cui si sono visti gli ultimi dodo, Temple ipotizzò che la Calvaria Maior e il Raphus cucullatus (il dodo) fossero uniti in qualche modo, fino a dipendere l’uno dall’altro, vivendo, perciò, in una simbiosi. Si suppone il dronte si nutrisse dei frutti dei tambalacoque e che il suo robusto ventriglio avesse un’azione erosiva sui duri tegumenti del seme, rendendolo in tal modo germinabile.

ANTHROPORNIS

Genere estinto di pinguini. Alto fino a 1,70 m con un peso di 90 Kg, visse all’incirca 43-47 milioni di anni fa (tardo Eocene e inizio dell’Oligocene) su quelle terre che oggi sono l’Antartide, la Nuova Zelanda e Seymour Island. Una caratteristica che lo contraddistingue dai pinguini contemporanei, oltre alle grandi dimensioni, é la presenza di un LEGAMENTO (Formazione di tessuto connettivo fibroso denso con la funzione di tenere unite fra loro due o più strutture anatomiche ((ad esempio due segmenti ossei)) o di mantenere nella posizione che gli é propria un organo) piegato nell’ala, eredità di un passato da uccello volatore, che andò perso con l’evoluzione, a favore di un buon adattamento all’ambiente acquatico.

Gastornis

Genere estinto di uccelli non volatori vissuti tra il Paleocene e l’Eocene, circa 56-45 milioni di anni fa, in Europa centro-occidentale, in Nord America e in Cina. Le sue dimensioni erano notevoli, il becco massiccio e robusto, elementi per via dei quali è stato inizialmente visto come predatore, ma, osservando la struttura del becco e la mancanza di artigli uncinati nelle zampe, gli esperti hanno concordato in conclusione che il Gastornis era erbivoro. Il becco doveva servire per rompere la dura vegetazione di quel periodo per poterla mangiare con sicurezza. Vi è un numero notevole di loro resti fossili, i quali presentano crani massicci, in apparenza simili agli uccelli del terrore del Sud America. Il Gastornis Gigantea, la più grande specie conosciuta, avrebbe potuto raggiungere una massima altezza di circa due metri, raggiungendo le dimensioni dei grandi Moa. Il suo cranio era enorme a differenza del corpo e anche molto robusto, con un becco estremamente alto e compresso e mancava l’uncino finale tipico degli uccelli carnivori, dando un’ulteriore dimostrazione di quale fosse la sua dieta. Le ali, rudimentali e inutilizzabili, dotate di ossa piccole atrofizzate, erano simili per proporzioni a quelle dell’attuale casuario.

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