La pagina di Silvia👩🏼‍🎨


Una chiave di lettura per l’arte contemporanea: per amanti, scettici e perplessi.

Almeno una volta nella vita vi sarà capitato di interrogarvi sullo statuto dell’arte moderna. Vi sarete sicuramente chiesti a cosa servisse questa nuova arte. Sarete capitati casualmente davanti ad una tela di Lucio Fontana, magari al Museo del 900, attorniati da queste vetrate scenografiche da cui glorioso si erige il Duomo e avrete osservato il taglio o meglio “Concetto spaziale, Attese” (1959). Leggendo la piccola didascalia vi sarete sentiti spaesati, straniati ed imbarazzati nel vedere l’interesse dei vostri vicini annuenti e convinti. Inizialmente avete deciso di dare un’altra occasione a queste incognite artistiche ma, successivamente, scoraggiati, indignati e perplessi avete concluso che l’arte contemporanea non è arte! Non è arte la gestualità, non è arte tutto ciò che manca di figurazione perché davanti a queste opere ci sentiamo un po’ tutti messi in difficoltà e privati delle parole.

Ora vi chiedo, prima di procedere con la lettura, di interrogarvi su ciò che per voi è arte, definendo (se vi è possibile) i limiti entro cui quest’ultima deve necessariamente rientrare per essere definita tale. Se vi aspettate che in questo articolo vi fornisca una definizione di arte siete fuoristrada, ma vorrei ragionare con voi. Iniziamo con la definizione delle parole: cosa si intende per arte moderna e cosa per arte

«Il termine arte moderna denota lo stile e la concezione dell’arte propri di quell’epoca e, più in generale, alle espressioni artistiche che esprimono una forma di «rifiuto» per il passato e di apertura alla sperimentazione. Gli artisti moderni sperimentarono nuove forme visive e avanzarono concezioni originali della natura, dei materiali e della funzione dell’arte, alternando periodi più “realisti” (sia per le tecniche adottate che per i soggetti scelti) a periodi più “simbolisti” o “espressionisti”, fino all’astrazione. La produzione artistica più recente è spesso definita come arte contemporanea, o arte postmoderna.»

Tratto da: https://it.wikipedia.org/wiki/Arte_moderna#:~:text=Il%20termine%20arte%20moderna%20denota,e%20di%20apertura%20alla%20sperimentazione.

Il passaggio: dalla figurazione all’ astrazione

Ora che abbiamo definito questi due concetti fondamentali, possiamo analizzare il passaggio che ad inizio 900 ha condotto alla sostituzione della figurazione in favore di un’arte il cui linguaggio risulta a molti ancora oggi sconosciuto. Partiamo dalle 5 avanguardie, (espressionismo; cubismo; futurismo; astrattismo e surrealismo) movimenti artistici che all’inizio del ventesimo secolo riuscirono a conferire dignità a numerose pratiche artistiche che fino a quel momento venivano derise o accantonate. Possiamo considerare queste ultime come una cesura col passato, nelle quali i caratteri dell’arte hanno iniziato a distaccarsi dalla figurazione in favore di una sperimentazione sia fisica (materiali, tecniche, soggetti) che teorico-filosofica. È in questo preciso momento che l’opera d’arte smette di fornirci informazioni immediate. Con immediate non intendo di facile interpretazione, ma semplicemente tutte a nostra disposizione. Vi faccio un esempio: nell’opera di Antonello da Messina “San Girolamo nello studio” (1475) abbiamo sotto agli occhi tutti i simboli, i colori, per poter comprendere il significato del quadro. A meno che non si sia uno studioso di iconologia (cosa più che normale), non sarà a fondo comprensibile la simbologia dell’opera poiché, come per ogni cosa, sono necessarie pazienza, logica e soprattutto rielaborazione dell’immagine. Il problema che molti pongono nei confronti dell’arte moderna è dunque l’assenza di figurazione che nell’arte rinascimentale (e non) viene considerata alla base di una facile interpretazione; ma ne siamo proprio sicuri? Se avete provato stupore passando davanti al quadro di Antonello da Messina è perché il linguaggio visivo è molto più immediato rispetto a quello verbale. Ciò che avete ammirato, amato, è la capacità tecnica nella resa dei colori e la straordinaria abilità della mano dell’artista, ma non l’ingegno compositivo che traduce ogni piccolo simbolo in parole ( ad esempio: le piante che vediamo in basso sono un bosso, che richiama alla fede nella Salvezza divina, e un geranio, riferimento alla Passione di Cristo).

Quello che vorrei suggerire è che il pregiudizio sull’arte contemporanea è frutto di secoli di arte figurativa che aveva però scopi ben diversi da quelli attuali. Per analizzare ogni cosa dobbiamo utilizzare un sistema di riferimento adeguato e paragonare l’arte rinascimentale a quella moderna è come paragonare un gelato ad una lasagna: centrano ben poco l’uno con l’altro, entrambi vivono sotto lo statuto di “cibo”, ma direi che non hanno molto in comune (a parte le calorie e la golosità!) …

L’arte rinascimentale riflette il panorama della società cinquecentesca, in cui i ritratti sostituivano le nostre fotografie, le commissioni venivano pagate ben più di adesso e l’artista non aveva l’esigenza di emergere in un mare di concorrenza poiché il suo scopo era quello di vivere degnamente con un tetto sopra la testa. Vi chiedo: tutto questo è attualmente possibile? Abbiamo necessità di farci ritrarre da un pittore al posto di una fotografia? Abbiamo i mezzi economici per permetterci di commissionare a qualcuno questo ritratto? Abbiamo il tempo di posare per questo lavoro? Ma soprattutto, è davvero ciò che più ci rappresenta?

Prendiamo l’ultimo ritratto che l’artista Miriam Escofet ha realizzato per la regina Elisabetta II, un’opera di elevatissima abilità tecnica che però ad oggi possiamo immaginare solo all’interno delle sontuose stanze di Buckingham Palace, e che nulla ha a che vedere con il nostro vivere da comuni mortali. 

L’arte contemporanea è dunque il ritratto del nostro tempo, che ci piaccia o no, ma procediamo per gradi.

L’opera d’arte ha subìto questa metamorfosi nel tempo, in virtù della successione di storie e avvenimenti. Per poter comprendere questo passaggio è necessario attuare una distinzione su ciò che definiamo oggettivo e ciò che definiamo soggettivo. Giordano Bruno è stato uno degli ultimi che ancora tentò di tener legate le caratteristiche quantitative a quelle qualitative nella sua indagine filosofica della realtà, nonostante il suo pensiero si articolasse a partire dall’idea di infinito: l’ infinito, inteso come universo infinito, fatto di infiniti mondi, effetto di un Dio infinito, da amare infinitamente. Ciò che nel Rinascimento era considerato oggettivamente bello, non ci aiuta a rispondere alle esigenze del mondo attuale, semplicemente perché il mondo è cambiato. Come accennato prima, le avanguardie sanciscono questo cambiamento rifiutando la riproduzione dei canoni accademici nel nome di una nuova ricerca, sorta innanzi tutto come reazione al positivismo, cioè alla riduzione del mondo alle sole caratteristiche quantitative. Un altro fattore da tenere in considerazione è l’avanzamento tecnologico, che offrirà nuovi materiali su cui poter condurre le ricerche per un’arte profondamente segnata dalle due guerre. Questo metterà in discussione il concetto di unicità dell’arte, come ben affrontato nel saggio “l’arte ai tempi della sua riproducibilità tecnica”, di Walter Benjamin. L’avvento dei mass media saturerà notevolmente il panorama delle immagini, rendendo ancora più inutile la pittura scientifica che già dopo il 1839, con l’invenzione della fotografia, aveva subito una notevole crisi di identità. 

Immaginate di vivere nel secondo dopoguerra, in un mondo grigio in cui dovete cercare di mantenervi in equilibrio, e pensate alle esigenze dell’arte: il suo scopo era mettere in luce le contraddizioni politiche, il mostro del mercato che, con l’industria, distruggeva i piccoli commercianti, il dolore e la polemica fatta a gran voce. Con “Les suisses morts” Christian Boltanski ricrea momenti di vita con oggetti che non sono mai appartenuti a lui, ma che egli considera come tali. Immagina una vita, si riappropria di oggetti e tutti i suoi libri e collezioni sono depositari di ricordi dal forte potere emotivo. In parole povere, l’opera di Boltanski si traduce nell’accumulo di questi oggetti in file di cassetti (a modo di archivio) in cui la classificazione accompagnata da una storia poteva farli rivivere. Tracey Emin con “Sad shower in New York” ci mostra il volto più nero della solitudine, ci fornisce un’immagine semplice, stilizzata, per certi versi banale, in cui però tutti ci riconosciamo: chi è che non si è mai abbandonato al dolore, alla gioia, alla tristezza sotto la doccia? E ancora: il padiglione della Lituania della Biennale di Venezia del 2019 ci offre un quadro perfetto della nostra società: tutti lo odiano, tutti lo guardano, tutti ne vogliono essere partecipi facendosi ammirare mentre prendono un finto sole (la coda per accedervi lo dimostrava).

La questione dell’abilità tecnica

Come accennato prima, vi è una questione alla base di questa continua discussione sul valore dell’arte contemporanea: l’abilità tecnica nella realizzazione di un’opera d’arte. L’obbiezione che molti muovono è sempre la solita:” gli artisti di oggi non hanno la minima idea di come si disegni e non meritano di essere chiamati tali a confronto con un Leonardo…”. Con abilità tecnica intendiamo ciò che è oggettivo e meno attaccabile poiché l’ambiguità nel risultato finale è perlopiù assente (se sapete disegnare anatomicamente una mano siete oggettivamente bravi). Ciò che però rende una persona un artista è il suo apporto personale all’opera, ovvero la parte soggettiva, facilmente opinabile, ambigua e attaccabile dal pubblico. Quando ad un gruppo di uomini venne chiesto di far stare in piedi un uovo sodo, ci riuscì solo uno che, battendo il fondo dell’uovo, ne creò una base. Quando tutti obbiettarono il fatto che così ci sarebbero riusciti anche loro gli venne detto che nessuno lo aveva impedito. La morale mi sembra chiara. Per farvi un esempio: voi lo sapevate che Lucio Fontana era un abilissimo scultore? Se no, osservate le sue opere sul sito della Fondazione Lucio Fontana e vi accorgerete quanto fosse abile tecnicamente. Per farvi un altro esempio: Picasso, prima di dedicarsi alla ricerca cubista, fu il pittore della “Prima comunione”, (1896) il cui livello tecnico risulta inopinabile ed inattaccabile. Poi esistono artisti contemporanei che effettivamente non sanno “disegnare”, ma probabilmente perché questo aspetto è meno rilevante nella loro ricerca. Chi ha stabilito che possa essere definito artista esclusivamente un abile disegnatore? Tutti possiamo imparare a disegnare, molto meno semplice è imparare a pensare. È dunque il momento di liberarsi dalle catene dei luoghi comuni, di cui, per altro, non siamo noi gli artefici. (Sono esistiti artisti che col fine di escludere l’ambiguità nel giudizio e nell’interpretazione, hanno intrapreso una ricerca ponendosi come obbiettivo la creazione di un’opera d’arte che non potesse essere fraintesa dalla soggettività, ma questo è un altro discorso che probabilmente affronterò in un altro momento)

Perché vi sto dicendo questo? Il pregiudizio che si conserva sugli artisti contemporanei è principalmente relativo a questo giudizio sulla tecnica, non sul contenuto, perché è impossibile decodificarne il senso a prima vista. In questo caso si tratta davvero di fare una distinzione fra il guardare e il vedere, avendo la pazienza e l’accortezza di approfondire opere la cui immediatezza grafica viene a mancare. In questo momento l’opera diviene concretizzazione di un pensiero filosofico, di una riflessione. L’artista ci porta ad analizzare il contesto sociale, economico, politico in cui ci troviamo. L’intento è quello di scatenare in noi domande, perplessità, reazioni ad un nuovo mondo che insomma, non è certo l’ideale!

Il pregiudizio è un po’ un freno; la cosa migliore è porsi davanti ad un’opera senza un’idea prefissata su cui basare il giudizio finale. Lasciate che l’opera vi parli, fatela parlare, datele una possibilità e poi decidete. Sappiate però che il suo linguaggio non sarà quello rinascimentale e cioè figurativo, ma sarà verbale e filosofico. Se vi siete indignati per la “Banana” di Cattelan allora avete già compreso. Quanti al mondo non conoscono ad oggi quest’opera? La risposta è: ben pochi! Il motivo è molto semplice, sono le reazioni del pubblico che in questo caso fanno acquisire valore all’opera contemporanea. Può certo non piacere, ma interroghiamoci sul perché non ci piace. Se non ci piace vedere venduta una banana a cifre spropositate, forse non ci piace vedere che in questo mondo ciò accade come se fosse normale. Avete mai pensato però a quanto l’artista possa prendervi in giro, a quanto rida vedendo le reazioni di un pubblico così superficiale? Quello che sto cercando di dirvi è dunque di prestare attenzione ai fenomeni, ai piccoli spunti che l’artista vi offre. Tutto questo parte dal presupposto che l’arte rinascimentale oggi ci parlerebbe poco nei termini in cui parlava alla sua epoca.  È indiscutibile l’incanto che scaturiscono le pennellate di Raffaello, ma potremmo mai vivere di sola bellezza platonica ad oggi? Io direi di no! È proprio il cambio di prospettiva che deve essere preso in considerazione. Il ruolo dell’artista non è più quello rinascimentale, tende più al ruolo del filosofo. Arte e filosofia si fondono e creano la magia. Le vostre aspettative devono mutare considerando che, purtroppo, il mondo non è fermo, la storia neppure e l’arte tantomeno. L’artista è il paladino dei suoi tempi e, attraverso uno sguardo fuori dagli occhi comuni, propone uno spunto su cui riflettere. Oggi credo serva molto più riflettere, ricercando un momento di silenzio solitario, di calma, per isolarci dal rumore di tante altre immagini, belle, brutte, provocanti, accusatorie, frivole (un po’ come vi dicevo nell’articolo precedente).

Non tutto ciò che vive sotto lo statuto di arte è bello!

Non tutto ciò che vive sotto lo statuto di arte deve essere necessariamente considerato bello. L’arte contemporanea non vuole essere bella o brutta. A volte è proprio la sua bruttezza l’intento dell’artista. Io che sto scrivendo, quando la osservo, mi indigno molto più spesso di quello che potete pensare, ma poi mi fermo, mi rendo conto che è forse la mia indignazione a far parte della vera opera d’arte. Non posso incorniciarla ed appenderla ad un muro, ma posso farne una ricchezza personale. Posso decidere se rifiutare ciò che vedo (e in qualche modo rifiutare il mondo che sto contribuendo a creare) oppure farne tesoro per come posso. Siete voi che decidete se abbandonarvi alla luce di Villa Panza nel canto magico degli uccellini del magnifico giardino oppure chiudere le porte e rifiutare quella piccola gioia silenziosa. Fabrizio De André disse “Dammi ciò che vuoi, io quello che posso” e credo che in questo caso sia proprio così. L’artista vi offre ciò che può, voi ciò che volete (o meglio decidete) di offrirgli.

Il mercato dell’arte

Ultimo punto che vorrei affrontare è quello del mercato dell’arte. Che uno sia o meno nell’ambito artistico, ci metterà due minuti per comprenderne il mostro. Aste, soldi, circoli e cifre assurde fanno parte di questo sistema. Non è però il mercato dell’arte ad essere un mostro dai mille denti, bensì il mercato! Sebbene l’artista dovrebbe custodire, per il ruolo che porta, etica e correttezza, purtroppo deve mantenersi in un mondo molto costoso, le cui esigenze sono esponenzialmente cresciute. È facile indignarsi per i metodi alquanto discutibili di vendita di un’opera d’arte, un po’ meno vivere come artisti. C’è chi è più fortunato, chi meno, chi ha il padre gallerista e chi no, ma non importa. La mia speranza è quella di rispettare gli altri senza calpestarli per scopi personali. La via etica è sempre la più dura, ma se non possiamo sconfiggere un mostro, possiamo impegnarci nel nostro piccolo percorso della vita.

Uno dei sentimenti che a parer mio molti artisti dimenticano è la tenerezza, preferendole la realizzazione di luoghi comuni che possano attecchire facilmente nell’audience. In Accademia, se pitturi ad acquerello, sei meno considerato di coloro che intraprendono ricerche innovative e moderne. Con la lettura di questo articolo non pretendo di avervi convinto ad amare l’arte moderna, non è il mio lavoro. Vorrei solo che provaste ad analizzare le ricerche di tutti gli artisti senza pregiudizi e con un pizzico di tenerezza in più perché, come ricordo sempre, in ogni caso, durante una mostra, l’artista vi apre una piccola porticina per entrare nel suo mondo di intimità e magia.

Silvia.

Per visionare il mio lavoro, pensare insieme, discutere, vi invito sulla pagina Instagram: https://www.instagram.com/_lamiaartelatua_/?hl=it

e sulla pagina Facebook: https://www.facebook.com/silvia.ruocco.501/

La realtà dietro la realtà

Lo stato dell’immagine oggi in relazione alla dicotomia guardare-vedere.

Amelia sulla luna cerca un’altra prospettiva…

Leggo riguardo la fotografia; mi interrogo sulla valenza che quest’ultima assume in relazione allo Spectator (fruitore, spettatore). Roland Barthes, che scrive “La camera chiara” nel 1980, mi indirizza verso l’analisi fotografica distinguendo due componenti inscindibili fra loro: lo Studium, da non rapportare al concetto di “studio” bensì all’applicazione di qualcosa (il gusto, l’interesse, la conoscenza) che conduce alla decodificazione della composizione, e il Punctum, fatalità che “punge” o, come piace pensare a me, ci fa risuonare come le corde di un’arpa. Servendomi di uno spunto nato dalla lettura di questo saggio, vorrei porre l’attenzione sullo stato dell’immagine oggi in relazione alla dicotomia guardare-vedere.

Prima di inoltrarmi nel discorso, introduco brevemente il saggio di Barthes affinché le mie parole risultino più comprensibili. Si tratta di 120 pagine suddivise in 48 note, contenenti ciascuna un’analisi, che partono, ad esempio, dalle fotografie di Richard Avedon, Robert Mapplethorpe, Nadar e Niépce Nicéphore. L’autore dichiara l’impossibilità di classificare oggettivamente la fotografia essendo l’esperienza soggettiva che le conferisce significato. Nel corso del testo Barthes presenta una serie di scatti che, dotati di un Punctum, finiscono per risuonare con le sue emozioni ed “esistere” in lui. Questi ultimi vengono definiti come il contrario dell’ ebetudine: «Essa [la fotografia] è piuttosto un’agitazione interiore, una festa, un lavorio se vogliamo, la pressione dell’indicibile che vuole esprimersi».

Nel paragrafo 14 Barthes argomenta un concetto che mi incuriosisce particolarmente: il tanto discusso (oggi) effetto sorpresa. L’autore lo descrive come «gesto essenziale dell’Operator [colui che opera scattando la foto] […] di sorprendere qualcosa o qualcuno e che quindi tale gesto sia perfetto quando avviene all’insaputa del soggetto fotografato». Questo gesto suscita “sorprese” (per lo Spectator). Esse prevedono: la rarità osservata con ammirazione; la possibilità di cogliere un elemento in un preciso istante (atto ben conosciuto dalla pittura); la prodezza; l’utilizzo sovversivo della tecnica da parte del fotografo (Operator); la trovata, ossia il fine che il fotografo attribuisce alla fotografia. Con queste sorprese il fotografo accetta un principio di sfida e fa sì che la foto assuma una risonanza sempre più potente in accordo con l’incomprensibilità del suo significato.

Tutto questo mi porta a pensare al concetto di sorpresa in correlazione alla fotografia attuale. La necessità che ogni scatto appaia come “rubato” intossica il linguaggio fotografico. La sorpresa diviene ossimoricamente casualità (necessariamente) consapevole nel soggetto ritratto (se parliamo di persone e non di oggetti o paesaggi). Diviene una condizione necessaria e sufficiente come forma di imitazione di modelli senza assumersi la responsabilità del linguaggio di cui si serve. La simulazione del caso, dunque, inscena ingenuità, purezza, velando la manipolazione del fruitore dell’immagine, aumentando il rumore e lo stordimento, portando solo a sguardi automatici a causa dell’uguaglianza di ogni immagine proposta. In questo caso il soggetto della foto strumentalizza il fotografo quale mezzo attraverso cui manipolare lo Spectator, illudendolo dell’esistenza di un significato intrinseco all’immagine. La sorpresa simula casualità, produce illusione e l’illusione manipola.

A questo punto entriamo nel merito della differenza fra guardare e vedere. Il vocabolario riporta che:

guardare v. tr. e intr. [dal germ. wardōn] (come intr., aus. avere). – 1. Dirigere gli occhi, fissare lo sguardo su qualche oggetto (non include necessariamente l’idea del vedere, in quanto si può guardare senza vedere, così come si può vedere qualche cosa senza rivolgervi intenzionalmente o coscientemente lo sguardo).

Partendo dalla lingua italiana abbiamo già compreso questa differenza fondamentale: il guardare consiste nell’atto di decodificazione degli elementi colti dall’occhio. Guardare è dunque una condizione necessaria, ma non sufficiente, per poter vedere. Vedere è il salto di qualità che compiamo quando, alla semplice decodificazione, uniamo l’esperienza personale e l’empatia con ciò che osserviamo, arrivando alla percezione profonda.

Nel 1955 viene pubblicato per la prima volta “Il significato nelle arti visive” di E. Panofsky. Grande teorico dell’iconologia, Panofsky ha sostenuto la necessità di approfondire il legame che unisce un’opera d’arte a tutti i fatti culturali e ai contenuti spirituali di un’epoca. Gli esempi addotti in questo volume vanno dall’arte egizia a Poussin, dal gotico a singoli problemi posti da opere di Durer, Tiziano, Vasari, fino alla ricerca del senso profondo del variare dei modi e dei metodi della figurazione. «In un’opera d’arte la forma non può essere disgiunta dal contenuto: la disposizione delle linee e del colore, della luce e dell’ombra, dei volumi e dei piani, per quanto incantevole come spettacolo, dev’essere anche intesa come portatrice di un significato che va al di là del valore visivo».  Con queste parole Panofsky ci invita a compiere l’azione del vedere strutturando una tabella che articola diversi livelli di analisi; questo metodo conduce alla comprensione profonda (iconologica) delle immagini.

Schema di E.Panofsky sull’interpretazione di un’opera d’arte (sopramenzionato)

Appresa questa grande differenza, siamo in grado di comprendere quanto la nostra analisi delle immagini avvenga spesso solo sul piano del “guardare”, dimenticando la ricchezza del vedere. Talvolta si cerca di utilizzare il bianco e nero come escamotage, con l’intenzione, volontaria o meno, di incentivare il fruitore alla percezione del soggetto. È qui che la frustrazione dell’artista mi fa parlare. È l’amarezza che provo quando il lavoro si infrange davanti alla banalità di tutte le immagini di cui siamo saturi. È l’impazienza a cui siamo abituati che ottenebra la percezione, precludendo la curiosità come motore di conoscenza.

Non voglio sostenere che questo sia un torto volontario, ma un automatismo prodotto dal contesto sociale in cui viviamo. Chi ha la fortuna di esserne poco affetto piomba nella solitudine di Roland Barthes «A volte mi capitava di parlare di quello stupore, ma siccome nessuno sembrava condividerlo, e neppure comprenderlo (la vita è fatta di piccole solitudini) lo dimenticai».

Riappropriamoci della capacità di vedere.

 

Silvia.

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2 pensieri riguardo “La pagina di Silvia👩🏼‍🎨

  1. Articolo molto interessante: offre spunti che ben descrivono la deriva contemporanea, che radicalizza la società dell’immagine verso l’imperio dell’immaginario. La relazione col mondo esterno diviene cieca a esso e si articola in maniera prettamente strumentale, al fine di realizzare e inverare i modelli di realizzazione individuale che il sistema dei nuovi media rende omnipervasivi, capillari in ogni piega del quotidiano; tali modelli, in più, si propongono e impongono, sempre in virtù della sintassi dei nuovi media, prettamente attraverso il dominio dell’immagine. Come sosteneva René Girard, la natura essenzialmente mimetica dell’uomo e la costante crisi di indifferenziazione della società moderna portano gli individui, sempre più ontologicamente fragili, a cercare la prova della propria esistenza imitando quegli esempi proposti ossessivamente quali modelli di realizzazione individuale, finendo così a rincorrere contraddittoriamente e romanticamente una propria presunta originalità, proprio imitando la simulata originalità degli altri, come giustamente evidenziato dall’articolo.
    Si produce così una società in cui l’immagine governa gli individui e, come insegna Baudrillard, finisce per sostituirsi alla realtà.

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