DODO (Raphus cucullatus)

Uccello columbiforme della famiglia Columbidae, endemico dell’isola di Mauritius. Incapace di volare, si nutriva di frutti e nidificava a terra. Si estinse rapidamente nella seconda metà del XVII secolo con l’arrivo sull’isola dei portoghesi e, successivamente, degli olandesi. Si crede che il progenitore di questo uccello arrivò a Mauritius dall’Asia Meridionale. Esso, noto per alcuni resti fossili, doveva essere lungo circa 35 cm, frugivoro e capace di volare. L’ambiente favorevole, la scarsità di predatori abituali, e soprattutto il clima che offriva la possibilità di limitare spostamenti e migrazioni, favorirono nel progenitore un’atrofizzazione delle ali, cui corrispose una graduale modifica dell’alimentazione, e alla fine esse si rivolsero a una ricerca del cibo a terra. Le modifiche strutturali selettive non interessarono solo gli arti anteriori e il becco, ma riguardarono anche le dimensioni dell’animale che, dai 35 cm lunghezza, raggiunse i 50 e oltre.Il peso di questi uccelli si attestava attorno ai 25-30 kg. Le dimensioni di questa creatura la resero stazionaria, quindi molto legato al suo ambiente. Ma l’importazione da parte dell’uomo di specie alluctone, le quali danneggiarono questa specie sia direttamente (predandolo) che indirettamente (consumando i frutti, distruggendo e mangiando le uova) portarono il dodo all’estinzione. Nel 1977 l’ornitologo Stanley A. Temple notò che sull’isola del dodo il numero dei tambalacoque(Sideroxylon grandiflorum, chiamata in passato Calabria Maior),un albero assai diffuso nel luogo, si era drasticamente abbassato in seguito all’estinzione del dodo e che le loro età erano decisamente avanzate. Facendo risalire la nascita degli alberi rimasti a 300 anni prima, periodo in cui si sono visti gli ultimi dodo, Temple ipotizzò che la Calabria Maior e il Raphus cucullatus fossero uniti in qualche modo, fino a dipendere l’uno dall’altro, vivendo, perciò in una specie di simbiosi. Si suppone che il dronte si nutrisse dei frutti del tambalacoque e che il suo robusto ventriglio avesse un’azione erosiva sui duri tegumenti del seme, rendendolo così germinabile.

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